lunedì 30 dicembre 2013

“Il palloncino rosso” di Albert Lamorisse: il poetico racconto di una singolare amicizia.


Una mattina, mentre si sta recando a scuola, Pascal (Pascal Lamorisse) vede un palloncino rosso impigliato ad un lampione e, dopo averlo liberato, decide di portarlo con sé.
Da quel momento i due diventano inseparabili, tant’è che il bambino adesso ha un nuovo amico ad attenderlo tutti i giorni all’uscita da scuola. 
Quando un gruppo di monelli colpisce il palloncino rosso con una fionda, gli altri palloncini  di Parigi si riuniscono intorno a Pascal, e tutti insieme, nel tentativo di consolarlo, lo sollevano in alto nel cielo…


Scritto, diretto e prodotto da Albert Lamorisse, “Il palloncino rosso” è una favola moderna che, forse proprio per l’estrema semplicità della storia, non ha mancato di incantare il pubblico di tutto il mondo e di tutte le età fin dalla sua prima apparizione nelle sale cinematografiche.
Infatti, dopo aver ottenuto la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1956, questo famosissimo cortometraggio ha felicemente continuato a fare incetta di numerosi riconoscimenti, tra cui l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Dopo più di mezzo secolo questa pellicola riesce ancora ad emozionarci per l’estrema delicatezza con cui narra la singolare “amicizia” tra un bambino ( interpretato dal figlio del regista ) e un palloncino rosso, presentandosi quest’ultimo ai nostri occhi come l’unica vera nota di colore sullo sfondo di una grigia Parigi d’antan.
L’originalità dell’idea di Lamorisse sta proprio nell’aver attributo ad un giocattolo anonimo, e solitamente privo di vita, la capacità di provare un sentimento nobile come l’amicizia nei confronti di un bambino; ed è proprio in virtù del rapporto che lentamente si sviluppa tra i due che il palloncino si dimostra un amico fedele nei confronti di Pascal, sempre pronto a seguirlo ovunque lui decida di andare.
Sebbene nella scena iniziale, in cui lo vediamo camminare sconsolato lungo le vie di Montmartre, Pascal ci appaia triste e solitario, subito dopo l’incontro con il suo nuovo amico non possiamo invece fare a meno di percepire tutta la sua gioia; e quando sembra che la sua favola sia inesorabilmente destinata ad avere un triste epilogo, ecco che Albert Lamorisse, con la sequenza finale del colorato volo di palloncini nel cielo di Parigi, rivolge sia a grandi che a piccini un commosso invito a non smettere mai di sognare.



Titolo: Il palloncino rosso ( Le ballon rouge )
Regia: Albert Lamorisse
Interpreti: Pascal Lamorisse, Georges Sellier, René Marion
Nazionalità: Francia
Anno: 1956

venerdì 20 dicembre 2013

“La femme en bleu” di Michel Deville: la drammatica ossessione di un quarantenne in crisi.


Pierre (Michel Piccoli) è un famoso musicologo la cui grande passione per il genere femminile lo porta a barcamenarsi tra numerosi flirt di breve durata, mettendo così a dura prova la pazienza di  Aurélie (Lea Massari): la sua bella e innamorata compagna.
Quando un giorno Paul intravede di sfuggita un’intrigante donna vestita di blu (Marie Lasas), ne rimane talmente affascinato che decide di doverla rintracciare ad ogni costo.
Nel suo frenetico girovagare lungo le vie di Parigi, è accompagnato, dapprima, dall’amico Edmond (Michel Aumont) e, poi, dalla stessa Aurélie, la quale, pur di poter rimanere accanto al suo amato, si rassegna ad assecondarlo nella ricerca della donna che sta diventando per lui una vera e propria ossessione.
Ogni tentativo, purtroppo, si rivela però vano; e così l’uomo inizia a sprofondare in uno stato di progressiva crisi che, a poco a poco, lo spingerà addirittura al suicidio…


Con “La femme en bleu”, Michel Deville ha portato sullo schermo la vicenda di un quarantenne di successo che, incapace di godersi fino in fondo ciò che è riuscito ad ottenere nella vita, decide di lanciarsi all’inseguimento di una misteriosa donna, la quale viene da lui preferita ad Aurélie, sebbene le assomigli in modo impressionante.
Nonostante la pellicola di Deville poggi su di una sceneggiatura tutt’altro che articolata, riesce comunque  a farsi apprezzare, oltre che per il suo saper essere elegante e divertente allo stesso tempo, per l’incisività con cui riesce a scavare nel profondo della psicologia di Pierre e Aurélie, interpretati rispettivamente da un superbo Michel Piccoli e da una splendida Lea Massari.
Alla base dell’alquanto bizzarro atteggiamento di Paul vi è essenzialmente un profondo senso di insoddisfazione nei confronti della società che lo circonda; insoddisfazione che, a mano a mano che si assottiglia la sua speranza di ritrovare la donna di cui si è follemente invaghito, si trasforma lentamente in disperazione.
Tutto questo avviene sullo sfondo di una Parigi dei primi anni settanta, fotografata con dei toni leggermente sbiaditi, della quale possiamo comunque ammirare alcuni dei suoi più suggestivi scorci, mentre seguiamo Paul nella sua febbricitante ricerca.
Per finire, una curiosità: contrariamente a quanto possa sembrare durante la visione del film, il personaggio della “femme en bleu” non è interpretato da Lea Massari, bensì da Marie Lasas: un’attrice a lei molto somigliante.




Titolo: La femme en bleu ( La femme en bleu )
Regia: Michel Deville
Interpreti: Michel Piccoli, Lea Massari, Michel Aumont
Nazionalità: Francia
Anno: 1972

sabato 7 dicembre 2013

“Tre uomini e una culla” di Coline Serreau: come stravolgere la vita di tre scapoli impenitenti.


Jacques (André Dussollier), Pierre (Roland Giraud) e Michel (Michel Boutenah) sono tre amici single, che abitano insieme in un grande ed elegante appartamento parigino, barcamenandosi allegramente tra la loro professione, feste affollate e facili conquiste.
Un giorno, durante l’assenza di Jacques, Pierre e Michel trovano fuori della porta del loro appartamento una culla con all’interno una neonata; si tratta di Marie, la figlia che Jacques ha avuto da una relazione con Sylvie, e che quest’ultima ha deciso di lasciargli, dovendosi recare per lavoro negli Stati Uniti.
L’inaspettato arrivo della bambina sconvolge completamente la vita dei due uomini, che improvvisamente si ritrovano costretti a destreggiarsi tra poppate, pannolini e, soprattutto, notti in bianco.
Nel frattempo Jacques, che si trova in vacanza in Thailandia, non solo è ignaro di ciò che sta accadendo a Parigi, ma anche di avere una figlia.
Poco dopo, l’arrivo di un misterioso pacchetto, che si scoprirà poi contenere della droga, contribuirà a rendere ancora più complicata e movimentata la vita dei suoi due amici…



Scritto e diretto nel 1985 da Coline Serreau, acclamata regista e sceneggiatrice francese, “Tre uomini e una culla” si è rivelato fin da subito un grandissimo successo a livello internazionale.
Infatti, dopo esser stato premiato in Francia con due César ed aver ricevuto la nomination agli Oscar come miglior film straniero, due anni dopo è stato addirittura oggetto di un remake americano: il divertente “Tre scapoli e un bebé” con Tom Selleck .
Al centro della vicenda, che mescola sapientemente la commedia degli equivoci con quella dei buoni sentimenti, vi è la storia di tre incalliti single, i cui ritmi quotidiani vengono inaspettatamente stravolti dall’arrivo nelle loro vite di una bambina.
Sebbene inizialmente vivano quest’improvvisa assunzione di nuove e onerose responsabilità come una vera e propria tragedia, a poco a poco, però, si renderanno  conto di non poter più fare a meno di quella tenerezza che Marie riesce a infondere nei loro cuori.
La pellicola si contraddistingue per il suo tono piacevolmente frizzante, ben sottolineato anche dall’efficacia dei dialoghi che, contemporaneamente, riescono a valorizzare brillantemente le doti interpretative dei tre protagonisti, tra i quali spicca su tutti un giovane e bravo André Dussollier.
Nel 2003 la Serreau ha poi girato con gli stessi interpreti maschili “18 ans après”, il seguito di “Tre uomini e una culla”, in cui ritroviamo i tre simpaticissimi “padri”; questa volta alle prese con i turbamenti sentimentali di una Marie ormai diciottenne.



Titolo: Tre uomini e una culla ( Trois hommes et un couffin )
Regia: Coline Serrau
Interpreti: André Dussollier, Roland Giraud, Michel Boutenah
Nazionalità: Francia
Anno: 1985

lunedì 18 novembre 2013

“Arrivederci ragazzi” di Louis Malle: lo struggente racconto di un’amicizia drammaticamente interrotta.


Nel gennaio del 1944, Julien (Gaspard Manesse) e François Quentin vengono mandati dalla madre a Fontainebleau per proseguire gli studi in un collegio gestito da frati.
Dei due, è Julien che risente maggiormente della lontananza da casa, tanto più che i rapporti con i suoi nuovi compagni non appaiono fin da subito dei più idilliaci.
Tra questi vi è Jean Bonnet (Raphael Fejito), un ragazzino all’apparenza timido, bravo a suonare il piano e anche lui come Julien amante della lettura.
L’antipatia che inizialmente Julien prova nei suoi confronti a poco a poco si trasforma però in curiosità, dopo aver scoperto che il suo misterioso compagno è ebreo, e che Jean Bonnet in realtà non è il suo vero nome.
Con il passare dei giorni i due diventano sempre più vicini e solidali; però, questa loro bella amicizia viene purtroppo interrotta dall’improvvisa irruzione nella scuola da parte della Gestapo che, a seguito di una spiata, è venuta a conoscenza che tra gli studenti  si nascondono degli ebrei.
In conseguenza di ciò, Jean viene immediatamente deportato insieme ad altri due compagni e al direttore del collegio nei campi di sterminio nazisti, dove poco dopo troveranno la morte.


Diretto nel 1987 da Louis Malle, e premiato con il Leone d’Oro alla 65^ Mostra del Cinema di Venezia, “Arrivederci ragazzi” è un film dichiaratamente autobiografico che trae spunto da quanto realmente accaduto al regista durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, mentre si trovava in collegio.
Al centro della vicenda, lo struggente racconto di un’amicizia tra due adolescenti, Julien e Jean, tristemente interrotta dalla deportazione di quest’ultimo in un campo di concentramento.
Per Julien, che appartiene ad una famiglia benestante, questa drammatica separazione dal compagno, a cui a poco a poco si stava sempre di più legando, rappresenta al tempo stesso un’improvvisa e completa presa di coscienza di ciò che sta realmente accadendo al di fuori di quel collegio, sebbene fino a quel momento sia stato tenuto, sia dalla propria famiglia che dai suoi insegnanti, al riparo dagli orrori che la guerra inevitabilmente porta con sé.
La scena finale in cui il direttore del collegio, prima di essere portato via dalla Gestapo insieme a Jean e agli altri due ragazzi, saluta i suoi alunni radunati nel cortile, è incredibilmente straziante; e il ricordo di quella mattina rimarrà purtroppo vivo nella mente di Julien / Louis Malle per il resto della sua vita.



Titolo: Arrivederci ragazzi ( Au revoir les enfants )
Regia: Louis Malle
Interpreti: Gaspard Manesse, Raphael Fejito, François Berléand, Irène Jacob
Nazionalità: Francia
Anno: 1987

giovedì 7 novembre 2013

“La vie en rose” di Olivier Dahan: la travagliata esistenza di una donna dotata di un incredibile talento.


Tramite una serie di flashback, estremamente curati nei dettagli, che spaziano nel tempo dalla fine della prima guerra mondiale agli inizi degli anni sessanta, con “La vie en rose” il regista francese Olivier Dahan ha realizzato un ritratto tanto drammatico quanto struggente di una delle più grandi interpreti musicali del novecento.
Dopo aver trascorso i primi anni della sua travagliata infanzia in un bordello gestito dalla zia paterna, Edith (Marion Cotillard) inizia a far conoscere  le sue notevoli doti  artistiche nel momento in cui comincia ad esibirsi insieme al padre come artista di strada.
Circa venti anni dopo la ritroviamo a cantare per le vie di Parigi insieme all’amica del cuore  Mômon (Sylvie Testud);  ed è proprio lì che viene notata da Louis Leplée (Gérard  Depardieu), un noto impresario musicale.
Successivamente alla misteriosa morte di quest’ultimo, Edith diventa l’amante del compositore Raymond Asso (Marc Barbé), grazie al quale conosce  i suoi primi grandi successi musicali.
Ben presto la sua notorietà si diffonde negli Stati Uniti, dove abita per diversi anni prima di rientrare definitivamente in Francia.
Nonostante la sua carriera di acclamata star internazionale, l’esistenza di Edith Piaf è stata  sempre costellata da una serie di drammatici eventi, soprattutto nella sua vita sentimentale.
Dopo varie turbolente relazioni,  la donna sembra aver finalmente trovato il vero amore accanto a Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins): un pugile di origine marocchina conosciuto durante il suo soggiorno a New York; purtroppo, però, il loro magico idillio  viene improvvisamente e drammaticamente interrotto a seguito della morte dell’amato in un incidente aereo.
La perdita di Marcel segna per Edith l’inizio di un lungo e doloroso calvario, durante il quale depressione, alcool, e droghe, per non parlare della grave forma di artrite da cui era affetta, l’accompagnano tristemente fino all’anno della sua scomparsa, avvenuta nel sud della Francia nel 1963, minandola non solo nel fisico ma anche e soprattutto nello spirito.


La pellicola di Olivier Dahan, oltre a dare alle nuove generazioni la possibilità di conoscere un’artista del passato dotata di un incredibile talento, rappresenta una preziosa occasione per riascoltare alcuni dei più celebri brani da lei interpretati in quasi trent’anni di carriera, tra cui non possiamo fare a meno di ricordare “La vie en rose”, “L’hymne à l’amour”, “La foule”, nonché la struggente “Non, je ne regrette rien”.
Nel testo di quest’ultima è come se fossero stati riassunti tutti gli avvenimenti che hanno attraversato la tribolata esistenza della Piaf, fatta di un continuo susseguirsi di alti e bassi che l’hanno portata dalla povertà al successo, passando attraverso l’atroce perdita della figlioletta, diverse tormentate storie d’amore e la malattia.
La sensazionale e al tempo stesso commovente interpretazione di Marion Cotillard, che con incredibile bravura è riuscita a trasmettere allo spettatore tutta la sofferenza fisica ed emotiva del personaggio da lei incarnato, non solo le ha permesso di aggiudicarsi un meritatissimo Oscar come migliore attrice protagonista, ma ha anche contribuito a consacrarla definitivamente a star internazionale.
Il titolo originale della pellicola, La môme ( la ragazzina ), fa specifico riferimento al primo nome d’arte attribuito alla cantante da Leplée, il suo scopritore, interpretato sullo schermo dal corpulento Gérard Depardieu.



Titolo: La vie en rose ( La Môme )
Regia: Olivier Dahan
Interpreti: Marion Cotillard, Sylvie Testud, Clotilde Coureau, Jean-Paul Rouve, Gérard Depardieu
Nazionalità: Francia, Gran Bretagna, Repubblica Ceca
Anno: 2007

domenica 27 ottobre 2013

“Niente da nascondere” di Michael Haneke: un thriller carico di tensione che scava in modo quasi disturbante nella psiche umana.


Georges Laurent (Daniel Auteuil) è un critico letterario televisivo che vive a Parigi insieme alla moglie Anne (Juliette Binoche) e al figlio adolescente Pierrot.
La sua vita scorre tranquilla tra casa e lavoro fino al giorno in cui riceve una videocassetta anonima sulla quale sono state registrate, in un lungo ed inspiegabile piano sequenza, le riprese dell’esterno della sua abitazione.
Poiché a quella videocassetta ne seguono ben presto delle altre, i due coniugi, seriamente preoccupati, decidono di rivolgersi alla polizia, la quale al momento si dichiara comunque impossibilitata ad intervenire.
Quando Georges comincia a ricevere insieme alle videocassette dei disegni alquanto inquietanti, inizia a sospettare che colui che da diverse settimana sta turbando la serenità della sua famiglia sia Majid (Maurice Bénichou): il figlio di due braccianti algerini che alla fine degli anni cinquanta lavoravano presso la tenuta dei suoi genitori…


Differentemente da quanto recita il titolo italiano, Georges Laurent ha molto da nascondere, o così almeno sembrerebbe, a giudicare dalla sua spiccata riluttanza ad affrontare il passato e, soprattutto, a rivelare alla moglie Anne che cosa accadde effettivamente tra lui e il suo coetaneo algerino quando quest’ultimo, rimasto orfano all’inizio degli anni sessanta, venne adottato dalla sua famiglia.
Con questo thriller, premiato per la miglior regia al 58° Festival di Cannes, Michael Haneke è riuscito a scavare con la sua caratteristica maestria, e in modo quasi disturbante, nella psiche del protagonista, rendendoci a poco a poco partecipi non solamente della sua paura di perdere quella tranquillità, anche familiare, che fino a quel momento la sua posizione sociale era riuscita a garantirgli, ma anche e soprattutto del suo pressante senso di colpa per avere fatto in modo, molti anni prima, che  Majid venisse allontanato dalla casa paterna.
Al termine della visione di “Niente da nascondere” non abbiamo assolutamente la certezza di essere riusciti a sciogliere quell’enigma che per circa due ore ci tiene saldamente incollati al video, sebbene il regista sembri volercene fornire la soluzione nella scena finale, mentre scorrono lentamente in sovraimpressione i titoli di coda.
Con la sua magistrale interpretazione, Daniel Auteuil si dimostra ancora una volta all’altezza delle più elevate aspettative, magnificamente affiancato da una particolarmente intensa Juliette Binoche.
Infine, una menzione speciale spetta alla mitica Annie Girardot, che compare in un cameo nel ruolo dell’anziana madre del protagonista.



Titolo: Niente da nascondere ( Caché )
Regia: Michael Haneke
Interpreti: Daniel Auteuil, Juliette Binoche, Annie Girardot, Bernard Le Cocq
Nazionalità: Francia, Germania, Austria, Italia
Anno: 2005

sabato 19 ottobre 2013

“Come rubare un milione di dollari e vivere felici” di William Wyler: una sofisticata commedia sentimentale per la coppia glamour Hepburn-O’Toole.


Charles Bonnet (Hugh Griffith) è un rinomato collezionista d’arte; però, ad eccezione della figlia Nicole (Audrey Hepburn), nessuno sa che in realtà è lui l’autore delle famosissime opere d’arte che è solito mettere all’asta.
Quando un giorno l’uomo decide di prestare ad un museo di Parigi la Venere del Cellini ( una statuetta che in realtà è stata realizzata anni prima dal nonno di Nicole), scopre purtroppo che per ragioni assicurative quella stessa opera d’arte dovrà essere esaminata da un esperto.
A quel punto la donna, disperata, decide di rivolgersi a Simon (Peter O’Toole), un affascinate ladro che poco tempo prima si era introdotto in casa sua con l’intento di rubare uno dei quadri appartenenti alla collezione del padre, proponendogli di entrare nel museo dove la Venere è esposta e di rubarla per lei. Inizialmente riluttante, l’uomo finisce per accettare.
Insieme riusciranno a portare a segno il furto; poco dopo, però, Nicole scoprirà qual è in realtà la vera identità di  Simon…


Nel 1966, Audrey Hepburn tornò a Parigi per girare, sotto l’esperta regia di William Wyler, “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”: una sofisticata commedia sentimentale.
Punto forte della pellicola, ancora più del divertente gioco degli equivoci ( già comunque ampiamente sfruttato dalla commedia americana ), è la storia d’amore che si sviluppa lentamente tra i due personaggi interpretati della coppia glamour  Hepburn-O’Toole.
Lei sempre frizzante e raffinata negli eleganti abiti firmati dal celeberrimo stilista francese Givenchy; lui, invece, nei panni di un ambiguo ladro gentiluomo che finisce per far capitolare ai suoi piedi la dolce, ma alquanto determinata, Nicole.
Momento clou di “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” è senza alcun dubbio la divertente scena in cui i due rimangono nascosti in un angusto ripostiglio del museo, nell’attesa di poter entrare in azione.
Ancora una volta Parigi, con la magia dei suoi monumenti e l’incredibile fascino dei suoi edifici, si rivela la location ideale per una storia in cui l’azione si combina con estrema naturalezza con gli elementi caratteristici della commedia sentimentale.





Titolo: Come rubare un milione di dollari e vivere felici ( How to steal a million )
Regia: William Wyler
Interpreti: Audrey Hepburn, Peter O’Toole, Eli Wallach, Hugh Griffith
Nazionalità: USA
Anno: 1966

giovedì 10 ottobre 2013

“Monsieur Batignole” di Gérard Jugnot: l’eroica presa di coscienza di un uomo medio.


A Parigi, nell’estate del 1942, durante l’occupazione nazista, Edmond Batignole (Gérard Jugnot) gestisce  con profitto una rosticceria, badando esclusivamente ai  propri interessi commerciali.
Dopo che i Bernstein, una famiglia di ebrei che vive nel suo stesso stabile, vengono arrestati dalla polizia collaborazionista francese, a Edmond viene assegnato il loro lussuoso appartamento, grazie soprattutto all’intervento di Pierre-Jean (Jean-Paul Rouve), un filo-nazista, nonché suo futuro genero.
Una sera, mentre Edmond sta festeggiando l’ingresso nella nuova casa insieme alla propria famiglia e ad alcuni ufficiali tedeschi,  gli si presenta alla porta Simon, uno dei due figli del dottor Bernstein, riuscito miracolosamente a sfuggire alla deportazione.
Dopo alcune remore iniziali, l’uomo inizia a provare pietà per quel bambino, e alla fine decide di aiutare lui e le sue due cugine a raggiungere la Svizzera, riuscendo così a metterli in salvo…


La pellicola diretta e interpretata da Gérard Jugnot si inserisce nel filone di quelle che mirano a fare autocritica sul comportamento della popolazione francese nei confronti di quella ebrea  durante il periodo dell’occupazione tedesca in Francia.
Diversamente da film come “La chiave di Sara” e “Vento di Primavera”, che trattano entrambi con tono decisamente drammatico la tragedia dell’Olocausto, in “Monsieur Batignole” Jugnot è riuscito a rendere meno cupi i ricordi legati al triste evento del rastrellamento del Velodromo d’Inverno, avvenuto a Parigi nell’estate del 1942, ricorrendo alla commedia, come già sperimentato da Roberto Benigni ne “La vita è bella”, sebbene si rida a denti stretti.
Edmond è essenzialmente la rappresentazione dell’uomo medio, il cui unico obiettivo nella vita è accumulare denaro, senza preoccuparsi minimamente degli altri; quando però riesce finalmente a prendere coscienza di ciò che sta accadendo intorno a lui, ecco che, anche a rischio di perdere la propria vita e il proprio status sociale, decide di impegnarsi affinché tre minori riescano a sfuggire agli orrori dei campi di sterminio.
In Francia “Monsieur Batignole” ha ottenuto un enorme successo sia di critica che di pubblico,  grazie anche ad una ricostruzione estremamente accurata della Parigi dell’epoca, ma soprattutto alla lodevole interpretazione di Jugnot, il cui personaggio riesce a poco a poco ad entrare nel cuore dello spettatore, commosso dalla sua eroica, sebbene tardiva, presa di posizione.



Titolo: Monsieur Batignole ( Monsieur Batignole )
Regia: Gérard Jugnot
Interpreti: Gérard Jugnot, Michèle Garcia, Jules Sitruk, Jean-Paul Rouve
Nazionalità: Francia
Anno: 2002

mercoledì 2 ottobre 2013

“Baby love” di Vincent Garenq: un uomo e il suo irrinunciabile desiderio di paternità.


Emmanuel (Lambert Wilson) e Philippe (Pascal Elbé) vivono felicemente la loro relazione di coppia; questo fino a quando Emmanuel, di professione pediatra, non manifesta al partner il proprio desiderio di adottare un bambino.
La radicata resistenza di quest’ultimo ad assecondare la richiesta del compagno, in quanto ben consapevole delle enormi difficoltà a cui andrebbero inevitabilmente incontro, manda improvvisamente in crisi il loro rapporto; e così i due si lasciano.
Da parte sua il pediatra, più che mai determinato a non rinunciare al suo desiderio di paternità, decide comunque di andare avanti da solo con l‘idea dell’adozione, tentando di nascondere la propria omosessualità all’assistente sociale che sta seguendo la sua pratica; ma purtroppo invano.
Quando Emmanuel sembra aver perduto ogni speranza, ecco che l’incontro con Finà (Pilar López de Ayala), una ragazza argentina senza permesso di soggiorno, sembra invece riservargli un’altra  chance.
Al fine di permetterle di sistemarsi regolarmente in Francia, Emmanuel si offre di sposarla; in cambio sarà lei a dargli un figlio; le cose, però, non si riveleranno così semplici come da lui inizialmente prospettato…


Al suo primo lungometraggio per il grande schermo, nel 2008 il regista Vincent Garenq affrontò con estremo garbo e sensibilità una tematica alquanto delicata come quella dell’adozione da parte di coppie omosessuali, quando questo in Francia non era ancora possibile.
Per fare ciò si avvalse di una sceneggiatura che tratteggia con sufficiente realismo le varie problematiche che Emmanuel e Philippe devono affrontare, non solo nei rapporti con la società che li circonda, ma anche e soprattutto all’interno della loro coppia.
Infatti, mentre Philippe si dimostra immediatamente scettico nei confronti della proposta fattagli dal partner, quest’ultimo, al contrario, per raggiungere l’obiettivo che si è prefissato, arriva perfino a organizzare un matrimonio di convenienza con una giovane immigrata argentina.
Però, sebbene Emmanuel crede di aver pianificato tutto nei minimi dettagli, non ha purtroppo tenuto conto delle dinamiche che possono venire a svilupparsi nel suo rapporto con Finà.
La pellicola di Garenq è indubbiamente caratterizzata da un buon ritmo, e non ha solamente il pregio di far sorridere, ma anche di far riflettere sulle innumerevoli peripezie che un omosessuale è disposto ad affrontare pur di non rinunciare definitivamente al suo desiderio di diventare padre.
In “Baby love”, Lambert Wilson dà l’ennesima prova delle sue indiscutibili doti interpretative,  in quanto riesce bene a trasmettere allo spettatore lo stato d’animo estremamente tormentato di Emmanuel; il quale, durante l’intera pellicola, alterna momenti di gioia e di vivida speranza ad altri di tristezza e di estrema delusione.
Al suo fianco troviamo il bravo Pascal Elbé, recentemente apprezzato anche in “Ciliegine”, prima regia della nostra Laura Morante, e l’attrice spagnola Pilar López de Ayala nei panni della dolce Finà.



Titolo: Baby love ( Comme les autres )
Regia: Vincent Garenq
Interpreti: Lambert Wilson, Pilar López de Ayala, Pascal Elbé, Anne Brochet
Nazionalità: Francia
Anno: 2008


domenica 22 settembre 2013

“Ca$h” di Eric Besnard: un patinato action movie in cui nulla è come sembra.


Solal (Clovis Cornillac) rimane ucciso mentre sta eseguendo una rapina. Qualche tempo dopo suo fratello Cash (Jean Dujardin), nel tentativo di vendicarne la morte, decide di organizzare con l’aiuto di una banda di falsari suoi amici una colossale truffa, che vedrà coinvolta, oltre a Maxime (Jean Reno), leggendario truffatore nonché padre della sua ragazza, anche un’ambigua ispettrice dell’Europol: l’affascinante Julia Molina (Valeria Golino)…


Ispirandosi alla fortunata serie dei film Ocean’s, diretti da Steven Soderbergh, Eric Besnard è riuscito a realizzare un patinato action-movie in cui gli elementi che caratterizzano le pellicole della  sopra citata saga americana si mescolano con successo con quelli tipici della commedia degli equivoci francese.
Il sottotitolo di “Ca$h” potrebbe tranquillamente recitare “Nulla è come sembra”; in effetti, a mano a mano che lo spettatore si addentra nei complessi intrecci che costituiscono la trama della pellicola, non può fare a meno di percepire la subdola ambiguità dei singoli personaggi coinvolti nella vicenda; per poi rimanere completamente spiazzato dal vero e proprio colpo scena finale, a seguito del quale ciascuno di essi sarà però costretto a gettare finalmente la propria maschera.
Ad interpretare questo elegante e alquanto movimentato gioco delle parti, troviamo un cast di tutto rispetto, all’interno del quale spiccano, oltre al veterano Jean Reno e al premio Oscar Jean Dujardin, una Valeria Golino particolarmente intrigante.
Oltre allo stellato cast di interpreti sopra citato, a conferire un’ulteriore nota glamour alla pellicola ha indubbiamente contribuito la scelta delle locations in cui è stata girata; in effetti, le spettacolari scene d’azione in cui vediamo coinvolti sia Cash che i suoi complici hanno luogo sullo sfondo della Ville Lumière e di una coloratissima Costa Azzurra; il tutto allo scopo di garantire allo spettatore due ore di puro intrattenimento à la française.



Titolo: Ca$h ( Ca$h )
Regia: Eric Besnard
Interpreti: Jean Dujardin, Jean Reno, Valeria Golino, Alice Taglioni, François Berléand
Nazionalità: Francia
Anno: 2008


domenica 15 settembre 2013

“La bella scontrosa” di Jacques Rivette: un’acuta analisi psicologica dei rapporti umani.


Grazie all’intermediazione di un mercante d’arte, al giovane pittore Nicolas (David Bursztein) si presenta l’opportunità di conoscere il grande maestro Edouard Frenhofer (Michel Piccoli).
Accompagnato dalla fidanzata Marianne (Emmanuelle Béart), e dallo stesso mercante d’arte, Nicolas si reca quindi nel sud della Francia per raggiungere la residenza del celebre pittore, il quale, purtroppo, sembra però aver esaurito definitivamente la propria vena artistica.
Dopo averli accolti nel suo atelier, Frenhofer parla loro de “La Bella scontrosa”: un suo quadro rimasto incompiuto, per il quale molti anni prima aveva posato sua moglie Liz (Jane Birkin); e nel momento in cui il maestro viene da loro esortato a portare finalmente a termine quella sua opera, Nicolas gli propone come modella la sua fidanzata.
Sebbene in collera con Nicolas, dal momento che ha preso una tale decisione senza prima interpellarla, Marianne accetta comunque di posare per Frenhofer. Da quel momento in poi, però, tra i due giovani nulla sarà più come prima…


Vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 1991, ed ispirato alla novella “Le chef-d’oeuvre inconnu” di Honoré de Balzac, “La bella scontrosa” si contraddistingue per l’acuta analisi psicologica dei rapporti che si sviluppano tra i vari personaggi coinvolti nella storia, a seguito della decisione di Frenhofer di rimettere mano ad un suo vecchio dipinto.
Al centro di questa torbida vicenda ambientata nel Castello di Assas, situato nei dintorni di Montpellier, Jacques Rivette pone la pericolosa relazione che lentamente viene ad instaurarsi tra un anziano pittore e la sua giovane e conturbante modella, durante le lunghe ed estenuanti sedute di posa a cui quest’ultima è sottoposta; mentre nel frattempo i rispettivi partner assistono impotenti al definitivo sgretolamento del legame che ancora li tiene uniti ai loro amati.
Per la distribuzione nelle sale, il regista ha deciso di eliminare circa metà della pellicola originariamente presentata al Festival di Cannes; per fare questo ha scelto di sacrificare gran parte delle sequenze relative all’attività creativa del pittore, interpretato superbamente da un Michel Piccoli calato perfettamente nel ruolo, sebbene le mani che in molte scene vediamo  all’opera sulla carta o sulla tela non siano le sue, bensì quelle di Bernard Dufour: l’effettivo autore dei quadri che vediamo realizzati nella pellicola.
Una menzione particolare spetta infine ad un’intensa Emmanuelle Béart, la fisicità della cui  interpretazione è incredibilmente sottolineata dalla generosità del suo corpo nudo.




Titolo: La bella scontrosa ( La belle noiseuse )
Regia: Jacques Rivette
Interpreti: Michel Piccoli, Jane Birkin, Emmanuelle Béart, David Bursztein 
Nazionalità: Francia
Anno: 1991


sabato 7 settembre 2013

“Hotel a cinque stelle” di Christian Vincent: come trascorrere l’estate nei luoghi più esclusivi della Costa Azzurra.


Dopo aver ereditato 50.000 euro a seguito della morte di una zia, Franssou (Isabelle Carré) decide di lasciare il noioso fidanzato, e il suo modesto impiego di insegnante a Parigi, per concedersi una meritata vacanza nel sud della Francia; più precisamente nel lussuoso hotel Carlton di Cannes.
Giunta in Costa Azzurra, Franssou fa la conoscenza di Stéphane (José Garcia), un simpatico truffatore che vive di espedienti e che, dovendo restituire prima possibile un’ingente somma di denaro, le chiede di fargli un prestito.
La donna, che nel frattempo si è invaghita di lui, acconsente alla sua richiesta; da quel momento in poi, nonostante l’apparente incompatibilità di carattere tra i due, Franssou inizia a seguirlo in ogni suo spostamento.
Quando però Stéphane, nel tentativo di truffare René (François Cluzet), un ingenuo e introverso pilota di Formula 1, cercherà di spingerla tra le braccia di quest’ultimo, si accorgerà finalmente di provare anche lui qualcosa per Franssou…



Ispirandosi alle sofisticate commedie hollywoodiane degli anni ’30 e ’40, Christian Vincent ha realizzato una pellicola estremamente gradevole, incentrata sul denaro e su come quest’ultimo influenzi il rapporto uomo-donna.
Girato sullo sfondo di un’elegante e colorata Costa Azzurra, che abbiamo la sensazione di vivere in prima persona spostandoci da una camera all’altra del mitico hotel Carlton di Cannes, visitando lussuose ville, o scorrazzando a tutta velocità a bordo di un’auto decappottabile lungo le soleggiate strade della riviera francese, “Hotel a cinque stelle” si contraddistingue per la piacevole effervescenza delle battute che i due protagonisti principali si scambiano ad un ritmo serrato per l’intera durata del film.
Nonostante il lieto fine della storia sia alquanto prevedibile fino dal momento in cui il personaggio interpretato dalla Carré incontra Stéphane, rimaniamo piacevolmente sorpresi, e per questo motivo divertiti, dal profondo cambiamento che la giovane donna attraversa durante il suo soggiorno nel sud della Francia.
Poco dopo il suo arrivo a Cannes, infatti, è come se di fronte ai nostri occhi si materializzasse una Franssou completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto nelle scene iniziali ambientate nel caos della metropoli parigina; in grado di mostrarsi apertamente interessata a Stéphane e, addirittura, di lasciarsi  inaspettatamente coinvolgere in alcuni dei suoi loschi traffici.
Isabelle Carré e José Garcia sono semplicemente strepitosi nel riuscire a dar vita a due personaggi (apparentemente) così diametralmente opposti, ma che a poco a poco si scoprono innamorati e, soprattutto, complici.
La Costa Azzurra, una delle location più amate dal cinema francese e non solo, è indubbiamente il terzo grande protagonista di questa deliziosa pellicola che, pur restando comodamente seduti sulla poltrona di casa nostra, ci permette di respirare l’elegante atmosfera di un’estate trascorsa nei luoghi più esclusivi della riviera francese.



Titolo: Hotel a cinque stelle ( Quatre étoiles )
Regia: Christian Vincent
Interpreti: Isabelle Carré, José Garcia, François Cluzet 
Nazionalità: Francia
Anno: 2006

domenica 25 agosto 2013

“Delitto in pieno sole” di René Clément: il talento di Monsieur Delon.


Philippe Greenleaf (Maurice Ronet) è un giovane americano che sta trascorrendo un lungo periodo di vacanza a Mongibello insieme alla fidanzata Marge (Marie  Laforêt), sperperando il denaro del padre; per questo motivo, dietro a una lauta ricompensa il ricco genitore propone allo spiantato Tom Ripley (Alain Delon) di recarsi in Italia per convincere il figlio a rientrare in America.
Inizialmente quest’ultimo sembra propenso ad acconsentire alla richiesta del padre; quando però, durante una gita in barca, Tom capisce che il giovane non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo attuale stile di vita e di mettere la testa a posto,  vedendo così sfumare la possibilità di intascare la ricompensa promessagli dal signor Greenleaf, decide di uccidere Philippe.
Da quel momento in poi, nel tentativo di impossessarsi di tutti i suoi beni, Tom ne assume l’identità e, contemporaneamente, per giustificarne l’improvvisa scomparsa, comunica a Marge che il suo fidanzato ha deciso di allontanarsi da Mongibello per prendersi una pausa di riflessione.
Nonostante l’incredibile abilità di Tom nel falsificare firme e inventare storie, le cose non andranno però come da lui sperato…


Tratto dal romanzo “Il talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith, e diretto da Réné Clément,  “Delitto in pieno sole” è il film che ha segnato la grande svolta nella carriera cinematografica di Alain Delon.
Partendo dall’adattamento del romanzo della Highsmith effettuato da Paul Gégauff, il regista francese è riuscito a realizzare un’elegante pellicola carica di tensione, sullo sfondo di una colorata Italia della fine degli anni cinquanta.
Tra le interpretazioni dei tre attori principali spicca senza alcun dubbio quella di un ancora giovanissimo Alain Delon, il quale ha dato prova della sua innegabile bravura nei panni di un personaggio così complesso e, proprio per questo, affascinante come Tom Ripley.
Delon, infatti, sembra decisamente a proprio agio nel dare vita ad un insospettabile psicopatico che commette efferati omicidi con incredibile cinismo e sangue freddo.
“Delitto in pieno sole”, di cui nel 1999 Anthony Minghella ha realizzato un patinato remake con Matt Demon nei panni di Ripley, dopo essere stato oggetto di un accurato restauro, è stato presentato alla vigilia della serata conclusiva del Festival di Cannes di quest’anno, rendendo contemporaneamente omaggio ad Alain Delon: vero e proprio mito del cinema francese e non solo.
Per finire, una curiosità: nelle scene inziali ambientate a Roma, possiamo ammirare in un piccolo cameo una giovanissima e bellissima Romy Schneider.




Titolo: Delitto in pieno sole ( Plein soleil )
Regia: René Clément
Interpreti: Alain Delon, Maurice Ronet, Marie Laforêt 
Nazionalità: Francia
Anno: 1960


sabato 17 agosto 2013

“Chef” di Daniel Cohen: l’infallibile ricetta di un successo internazionale.


Jacky Bonnot (Michaël Youn) è un giovane cuoco la cui passione per la buona cucina lo porta a prestare un’attenzione quasi maniacale ai piatti da lui preparati per i vari bistrot di Parigi, dai quali, proprio per questo motivo, viene puntualmente licenziato.
Poiché la sua compagna sta per dare alla luce un bambino, e dovendo quindi garantire un futuro alla sua famiglia, Jacky decide di accettare un posto di imbianchino presso una casa di riposo, senza però poter fare a meno di dispensare i suoi consigli anche ai cuochi di quella struttura;  ed è proprio all’interno di quella residenza per anziani che Jacky ha l’occasione di farsi notare da Alexandre Lagarde (Jean Reno): il famosissimo chef francese di cui lui è un grandissimo ammiratore.
In profonda crisi di ispirazione, l’uomo rischia di essere licenziato dal proprietario del ristorante presso cui lavora e, proprio per evitare che ciò accada, decide di chiedere aiuto a Jacky.
Grazie alla preziosa collaborazione del giovane cuoco, e dopo una serie di divertenti peripezie, alla fine Alexandre riuscirà ad avere la meglio sul proprio datore di lavoro ma, soprattutto, lancerà Jacky nel firmamento dei grandi chef.


Inserendosi nel già ben collaudato filone della cinematografia culinaria, lo scorso anno Daniel Cohen ha realizzato per il grande schermo una gradevole commedia che ha il merito di divertire lo spettatore con estremo garbo e semplicità.
La sceneggiatura di “Chef”, sebbene non particolarmente elaborata, ha in effetti il pregio di poggiare su valori universalmente riconosciuti come l’amicizia, l’amore e la famiglia, che da sempre riescono a fare presa sul grande pubblico.
Se poi aggiungiamo anche il fortunato connubio che si è creato sullo schermo tra un mostro sacro del cinema francese come Jean Reno e il ben più giovane Michaël Youn ( attore molto noto in Francia), arriviamo facilmente a comprendere il meritato successo internazionale di questa pellicola.
“Chef”, oltre a divertire lo spettatore con le simpatiche gag inscenate dai due protagonisti, ne allieta la vista con la preparazione di alcuni dei più elaborati piatti della nouvelle cuisine, presentati sullo sfondo di eleganti locations.
Le gradevoli melodie della colonna sonora composta dal grande Nicola Piovano, oltre a conferire un innegabile valore aggiunto alla pellicola di Cohen, riescono a sottolineare con eleganza e leggerezza la diffusa atmosfera di buoni sentimenti che percepiamo durante la sua visione.



Titolo: Chef ( Comme un chef )
Regia: Daniel Cohen
Interpreti: Jean Reno, Michaël Youn, Raphaëlle Agogué, Julien Boisselier, Salomé Stévenin. 
Nazionalità: Francia, Spagna                  
Anno: 2012


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